Indicazioni sulla pratica di zazen prese dal sito "la stella del mattino"

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Parliamo delle immagini “sacre” che solitamente vengono esposte nei luoghi dove si pratica lo zazen e del nostro atteggiamento verso di esse. Fare zazen non è un atto di adorazione, nel luogo dove ci sediamo si può esporre un’immagine cristiana o buddista, di altra religione o di nessuna religione, solamente un fiore per esempio, a seconda se ci riconosciamo in questa o in quella religione, in questa o quella cultura. Fare zazen è un atto neutro non implica una scelta di campo, per stare seduti di fronte a un muro non occorre essere buddisti. Anzi, in quel momento, non si è neppure buddisti.
Però, prima di sederci di solito ci consideriamo buddisti, cristiani o altro, perciò è suggerito di scegliere un’immagine rappresentativa della propria religione. Se qualcuno non ha una religione particolare, per praticità è meglio scegliere un immagine buddista, possibilmente del Buddha o di un bodhisattva seduti in zazen, per creare un’armonia tra la nostra forma e quella dell’immagine prescelta. Non essendo una forma di culto, allora a che cosa serve l’immagine religiosa? Serve per costituire un punto di riferimento verso il quale ci rivolgiamo con cuore grato e rispettoso.
L’importante è l’atteggiamento interiore di rispetto e gratitudine. Inteso “di per sé”, non verso qualche divinità o qualche santo. Per questo l’appartenenza dell’immagine non è importante. Purché sia rispettabile. E che cosa c’è di più rispettabile e degno di gratitudine, per un cristiano, che un’immagine del Cristo? Allo stesso modo “offriamo” l’incenso: è un gesto che concretizza la nostra gratitudine rispettosa e, assieme, costituisce un elemento fisico: di purificazione dell’ambiente, di memento, con il suo odore, verso quello che stiamo facendo e di unificazione del senso dell’odorato affinché non ci disturbino, con le loro evocazioni odori estranei (ovvero: tutti) rispetto a quello che stiamo facendo.
È bene vestire con abiti comodi, morbidi. Dai colori scuri, come il nero, il blu, il marrone o il verde scuro. Evitare abiti che frusciano o che stringono o dai colori sgargianti: disturbano voi e gli altri. Non usate alcun tipo di profumo. Fate in modo che il corpo non emetta odori. Un posto silenzioso, fresco d’estate, non freddo d’inverno. Pulito, illuminato in modo medio e adattabile. Occorre mangiare e bere con moderazione. Nel luogo in cui ci si siede occorre tacere e non provocare altri rumori; vi si accede scalzi o, quando necessario e se quella è l’abitudine del luogo, in pantofole. Lasciamo alle nostre spalle, fuori, i legami, le preoccupazioni, gli impegni del mondo; pare questa un’ovvia banalità ma applicata dona insperato aiuto.
Si entra mettendo avanti il piede sinistro, mantenendosi sul lato sinistro dell’entrata e si esce col piede destro, sulla destra, ovvero si entra e si esce sfiorando lo stesso stipite, a piedi invertiti. Appena entrati nella sala ci si inchina a mani giunte. Si va al proprio posto, e si lascia il proprio posto, camminando in senso orario lungo i muri. Se la sala è divisa in due, si cammina in senso orario nella metà a destra e in senso antiorario nella metà di sinistra, cosicché i due flussi siano concordi nel lato condiviso. Vige il divieto di sorpasso. Laddove per motivi di spazio o di forma non è possibile uniformarsi alla norma, rispettando i motivi della regola si può fare diversamente. Questo “diversamente”, diventando la norma di quel luogo, va mantenuto.
Arrivati al proprio posto ci si inchina profondamente a mani giunte in direzione del muro davanti al quale vi è un cuscino quadrato sul quale poggeranno le ginocchia e, sopra ad esso, un cuscino tondo sul quale ci siederemo. L’inchino è un atto di ringraziamento e rispetto per quelli che sono alla nostra destra ed alla nostra sinistra. Coloro che, ai lati, fossero già seduti rispondono giungendo le mani. Poi si ruota in senso orario di 180 gradi e si compie un profondo inchino a mani giunte nella direzione opposta la muro. È un atto di ringraziamento e rispetto verso tutti gli altri, qui, altrove. Ci si gira nuovamente, in senso orario, verso il cuscino, ci si abbassa sulle ginocchia in modo da non brandeggiare il sedere verso l’alto, si sprimaccia un poco il cuscino rotondo e poi ci si siede su di esso, non troppo avanti non troppo indietro, con il piede destro sulla coscia sinistra, il piede sinistro sulla coscia destra, oppure solamente il sinistro sulla destra e l’altro a terra, o viceversa. Davanti a noi il muro.
Quando i periodi di zazen sono più di uno si può invertire la posizione dei piedi ad ogni seduta. Il dorso della mano destra poggia sui talloni, il dorso della mano sinistra nel palmo della destra. I pollici, protesi, si toccano leggermente sfiorando assieme il ventre. Il naso, il mento, l’ombelico, il punto d’unione dei pollici sono sulla stessa linea. La nuca punta leggermente verso l’alto, le orecchie sono in linea con le spalle. Il mento non sporge. Le labbra e i denti sono delicatamente serrati. La lingua riposa contro il palato. La respirazione avviene naturalmente, senza rumore, attraverso il naso. Gli occhi aperti con naturalezza guardano avanti. Se il muro, come al solito, è a circa sessanta, settanta centimetri dal naso allora lo sguardo si posa naturalmente in una zona del muro a trenta quaranta centimetri da terra. La posizione complessiva va controllata e mantenuta in continuazione, rimanendo immobili. È molto importante puntare alla più completa immobilità.
Raimon Panikkar, ha coniato un’espressione che soddisfa sia la dialettica cristiana che quella induista, ovvero le due culture per lui fondanti: quello star seduti è una sorta di offerta sacrificale dell’umano. In quello star seduti gli occhi sono aperti ma non vi è nulla da vedere, le orecchie possono udire ma nel silenzio non vi è nulla da udire, la lingua riposa contro il palato per cui sapori e parole sono esclusi, il naso si occupa della respirazione e non ha odore da annusare, le mani riposano in grembo perciò non vi è tatto né oggetti da afferrare, le gambe incrociate e i piedi, con le piante verso l’alto, rinunciano alla loro qualità costitutiva: la mobilità. La mente è desta e pronta ad afferrare e rinvangare ogni pensiero ma non vi è nulla da pensare; il cuore è pronto ad odiare ed amare con intensità ma non vi è nulla e nessuno sul quale riversare il nostro odio o il nostro amore.
La persona che si siede nello zazen è un essere vivente pienamente vivo e sveglio che rinuncia ad ogni produzione. Per cui, riprendendo in altro modo l’espressione di Panikkar, quello star seduti è un donarsi integrale. È realizzare volontariamente la condizione di non manifestarsi in nulla. Secondo il Sutra del Diamante: «Il bodhisattva, il grande essere, dovrà produrre un pensiero non sostenuto, vale a dire un pensiero che in nessun luogo sia sostenuto, un pensiero non sostenuto da vista, da suoni, da odori, gusto, oggetti del tatto o oggetti della mente» , vuol dire un pensiero che non abbia relazione con alcunché; un pensiero trasparente, e a suo tempo si adagia sulla base non pensata.
L’ideogramma 佛 scelto per tradurre buddha in cinese, significa anche “non umano”. Possiamo capovolgere l’ordine delle cose ed allora quell’espressione si troverà a indicare chi imposta la propria vita sullo zazen come “finalmente umano”. Così, invece, il lasciarsi trasportare dalla corrente dietro a un desiderio o a un altro andrebbe a designare un ambito pre umano, facendo assumere alla parola “buddha” un senso di compimento sulla via della conversione, l’immaturo verso l’adulto.


Il tempo

Un periodo di zazen non ha una lunghezza stabilita. Ci si siede in modo ininterrotto da un minimo di 25 ad un massimo di 50 minuti. Vi sono vari motivi per ritenere adatto quel tempo, tuttavia non è una regola assoluta: il tempo va stabilito chiaramente prima, possibilmente una volta per tutte e va rispettato con la massima cura. Non bisogna cambiare il tempo dello zazen una volta stabilito.
Specie durante i primi anni, ad alcuni le gambe dolgono fortemente. È meglio non cedere alla tentazione di sedere in maniera diversa da quella consigliata: sebbene lì per lì possa sembrare più confortevole, poi le gambe dolgono di più ancora e una posizione storta, scorretta può creare problemi alla schiena e ai nervi sciatici. I primi tempi, quando le gambe sono ancora molto rigide, si può iniziare posando il piede sul polpaccio invece che sulla coscia, o addirittura a terra, ma a poco a poco dobbiamo tendere verso la posizione corretta. Piuttosto, se non riuscite più a sopportare il dolore, dopo aver fatto un inchino a mani giunte, sciogliete silenziosamente e sveltamente le gambe dalla posizione, portate sulla coscia il piede che era a terra, ripetete l’inchino e riprendete la posizione. Durante le molte ore di un ritiro qualche volta, in silenzio, si possono sollevare e raccogliere al petto ambedue le ginocchia, per un poco di sollievo. Muovetevi il meno possibile, possibilmente mai, sia per voi che per gli altri.
Non si tratta di fare i “fachiri” sopportando il dolore. Si tratta di abituare nuovamente le gambe ad una posizione che un tempo ci era naturale, e poi fare del mal di gambe il nostro zazen. Cioè fare zazen imparando a guardare il dolore alle gambe per quello che è. Se noi facessimo zazen solo quando si verificano tutte le migliori condizioni, non faremmo mai zazen: oggi è troppo caldo, domani troppo freddo, oggi ho male alle gambe, domani ho troppo sonno, oggi ho poco tempo, domani non ho proprio voglia di stare davanti ad un muro. Allora si taglia corto e si fa zazen nonostante tutto. La situazione delle gambe, a poco a poco, migliora. Tuttavia, per alcuni, dolori anche forti divengono normali compagni di viaggio. Chi ha gambe lunghe e flessibili è fortunato perché non patirà le pene dell’inferno. Chi ha gambe tozze e corte è fortunato perché, se supererà l’impulso a smettere che automaticamente si attiva di fronte a grandi dolori, scoprirà più in fretta, seppure a caro prezzo, il vero senso dello zazen.
E correrà meno il rischio di cadere addormentato senza accorgersene: ci penseranno le gambe a tenerlo sveglio. Ogni caratteristica è una risorsa, oppure una scusa. Perché, sotto sotto, non è niente.
Quando ci si è seduti è consigliabile deglutire per liberare la bocca dalla saliva, prendere un respiro profondo con il naso, espellere lentamente l’aria con la bocca espandendo leggermente il basso ventre, poi chiudere la bocca e lasciare che la respirazione segua il suo corso.
Contemporaneamente alla posizione fisica prendiamo in carico anche la parte non fisica del nostro essere. Il modo corretto di fare zazen è non occuparsi dei pensieri che sorgono, rimanere tranquillamente seduti mantenendo la posizione. Facile da dire ma molto difficile da realizzare soprattutto perché siamo quasi sempre, automaticamente, al servizio dei nostri pensieri. Quindi al servizio dei loro contenuti, buoni o cattivi, indotti dall’esterno o costruiti da noi. Invece, star seduti in zazen è completamente un’altra storia: la vicenda si svolge nello sgusciare dal pensiero, tornando qui dove ci aspetta la schiena che tende ad incurvarsi e le gambe fanno così male che sembra impossibile poter stare un altro minuto. Poi un pensiero si espande con il ricordo di quando noi abbiamo detto a quella persona che…. e senza accorgercene sono trascorsi dieci, anche venti minuti senza che ci occupassimo delle gambe, ma appena il pensiero è sfumato eccole qui.
Perché quando pensiamo intensamente le gambe non fanno male? Oppure, perché le gambe fanno male quando pensiamo a loro? E quando non ci occupiamo di niente, neppure del male alle gambe, le gambe fanno male oppure no? Dov’è questa cosa che chiamiamo “male alle gambe”? «Egli dimora libero e nulla brama al mondo. Così, o monaci, egli dimora praticando la contemplazione delle sensazioni nelle sensazioni»8. I pensieri sorgono sempre, ma se impariamo a vivere a vantaggio dello zazen anche le discussioni dentro di noi diminuiscono. I pensieri più ricorrenti e appiccicosi sono legati alle emozioni che essi suscitano in noi, e che li risuscitano. Per questo non ha, in definitiva, molta importanza se siano molti o pochi i pensieri che si presentano: basta seguirne pervicacemente uno ed un intero periodo di zazen se ne va nel chiacchiericcio interiore. Aver fede nella possibilità intrinseca dell’essere umano di poter “dimorare liberi” non è credere in un nuovo idolo. La letizia di quel vuoto non sorge dal fare qualche cosa, o per averne ottenuta un’altra, ma per averle abbandonate tutte.
Ovviamente bisogna dar modo, nel tempo, a tutto questo di succedere. Dipende da noi se fare zazen per qualche anno, così, per vedere l’effetto che fa, come pure dipende da noi trovare l’identità tra vita e quel modo di essere vivi che chiamiamo zazen. Cioè se zazen diventa il nostro modo di vivere. Ovvero viviamo facendo zazen. Che vuol dire che per vivere dobbiamo fare zazen, perché l’uno è l’altro: senza zazen siamo sì vivi, ma molto di meno, come addormentati, in sogno. Oppure in un sogno più profondo, più torbido, meno luminoso di quando percorriamo la via del risveglio, la via che conduce all’estinzione di ogni dolore. È il senso della qualità della vita secondo il buddismo.